una civiltà ricca di stimoli, che affascina

Raduno dei saggi sotto a un tiglio per le decisioni importanti– Fornito da i.a

   Per parlar dei Veneti è necessario dapprima conoscerne le origini.  Nella regione c’era traccia dell’uomo già 12.000 anni fa, se ne ha conferma  da quanto ritrovato ai Ripari Villabruna in Val Schenèr, a Sovramonte di Belluno: il rinvenimento delle ossa del cacciatore della Val Rosna,

In Val Schener – parete con i rifugi – © Erminia Pilla
i resti di ominide della specie Homo sapiens, scoperti ai Ripari Villabruna,

uno dei primi esseri umani d’Europa ad avere le peculiarità dell’uomo d’oggi. Non possiamo però parlare di costui come dell’antico veneto, in questo caso il pensiero va orientato verso le popolazioni nomadi del Paleolitico.

  Se passiamo alla genesi protostorica del Bel Paese collocata a partire dall’età del bronzo fino alla prima età del ferro, poco note e ancor meno divulgate sono le origini dei Veneti, seppur supportate da rilevanti, tangibili testimonianze. Maggiormente divulgata è stata l’esistenza degli Etruschi, più celebrati perché fondarono Roma.

Il “Fegato di Piacenza“, riproduzione in bronzo

Va detto tuttavia che la cultura Romana è stata frutto dell’apporto delle altre civiltà già presenti, tra cui quella veneta. Nel Novecento l’insegnamento scolastico della storia in Italia ha del tutto trascurato le origini della civiltà veneta. Fortunatamente  non mancano le testimonianze dei Venetkens nei musei, in Italia e all’estero. È stato bello per me  trovarmi una volta al cospetto di documentazioni sui Venetkens in Bretagna, al British Museum di Londra; in quella terra i Veneti Antichi arrivarono prima dei Romani.

Ma ora andiamo a conoscere la Venethia, il cui popolo per primo, diede impulso letterario alle gesta romane.

Il termine Venetici (dal greco Venetikos) indicava gli abitanti della gronda lagunare dopo la fine del mondo antico. La loro origine si rifà a più teorie, concretezze frammischiate a leggende. Più autori riconoscono però il loro arrivo in Adriatico condotti dal principe troiano Antenore, coadiuvato dal principe greco Diomede. Dapprima tra loro ostili, i due condottieri divennero tra loro benevoli, interessati alla ricerca di terre favorevoli alla sistemazione degli emigranti.

  Eravamo nel 2° millennio a.C., questi esuli Paleoveneti, si stanziarono in modo pacifico nelle terre dell’attuale Veneto, affiliati alla loro civiltà che ha lasciato il segno, tale da ritrovarne un alcunché di rispondenza con le genti Venete odierne.  

   “Heneti” dai Latini, traduzione del greco “Ἐνετοί”, come riferisce Omero il significato del nome è “degni di lode”. Antichissimo popolo mite, di origine indoeuropea, aveva la sua cultura articolata e la sua lingua, il Venetico. Erano forti, progrediti e organizzati. A detta di Strabone, “era d’ordinario di statura alta e robusta e ben proporzionata, pervenivano a età molto avanzata, che bei vecchi tra loro vedeansi, mercé il clima salubre e l’aere confacente, biondi i capelli ma presto canuti e radi, le donne a pinguedine inclinate.”

   I rapporti culturali avvenivano con la Grecia, l’Oriente, e con la Civiltà Villanoviana, la civiltà più importante, questa, della prima età del ferro. Era arrivata anch’essa in terra italica nell’età del ferro con l’attraversamento delle Alpi, attestandosi a Villanova nel Bolognese. Proveniente dal centro Europa, fu fondamentale per la conoscenza di quella etrusca e della preistoria in genere. Erano due importanti civiltà, ognuna delle quali ricevette influenza dall’altra.   Durò a lungo la civiltà venetica, evolvendosi via via; lo si evince dalla scoperta delle inumazioni tombali: col passare dei secoli i reperti sono più raffinati, le situle maggiormente cesellate.

  Ricordiamo ora che l’origine dei Paleoveneti si rifà culturalmente a più d’una leggenda, è quindi il caso di fare un po’ di luce:

-Con la sua opera “Geographica” Strabone ne considera l’origine celtica, un popolo residente dal 2° millennio nella Gallia, in Armorica, l’attuale Bretagna;

-anche Cesare li colloca in quella regione citandoli nel “de bello gallico”, ma la teoria, che si rifà a generiche affinità linguistiche, non ha trovato conferma. I Celti continuano comunque a suscitare grande interesse nel mondo scientifico, considerato che il Celtismo fu presente nel Veneto Antico lungo 5 secoli di storia, in un rapporto  di non belligeranza, con integrazioni da matrimoni misti. Nell’area di Este, in

I Celti – (I.A.)

alcune sepolture venetiche, furono rinvenute anche situle conformi alla tipicità celtica.

-C’è la teoria dell’origine  dal lago di Costanza, chiamato un tempo Lacus Venetus, che bagna Germania, Svizzera e Austria, il cui emissario è il Reno. Fu il geografo Pomponio Mela, vissuto  nei primi decenni dopo Cristo, autore della più antica opera geografica latina, la “De chorografhia”, a dargli quel nome in riferimento alla occupazione del suolo da parte degli Eneti. Era luogo di grande spiritualità: l’isola Reichenau è considerata patrimonio Unesco, in quanto “culla della civiltà occidentale”. Nell’ottavo secolo fu fondato  un monastero benedettino, nella Chiesa abbaziale dei Santi Maria e Marco c’è un raro scrigno contenente i resti sacri di San Marco Evangelista, la cui autenticità fu dichiarata  dal vescovo di Costanza nel 934. Il 25 aprile di  ogni anno, nel giorno di San Marco, vien tenuta una processione con le reliquie dell’Evangelista.

Chiesa abbaziale dei santi Maria e Marco a Reichenau

-E poi della Stiria: tra i Veneti e la Stiria esistono antiche radici protostoriche e ricchezza di scambi culturali. Alcuni reperti archeologici risalenti all’Età del Ferro, rinvenuti nei dintorni di Graz in Austria, sono affini a quelli dei Venetkens; l’evidenza si desume dai manufatti esposti in quel museo. Tuttora sono presenti iniziative a tener saldi legami culturali, attraverso progetti di valorizzazione linguistica nonché gastronomica, tra il territorio veneto e la città austriaca. Di uso comune era l’armatura celtica, utilizzata dai guerrieri a scopo difensivo.

-E ancora del Baltico: fondamentale era la rotta commerciale, che nella preistoria congiungeva il Baltico con l’Adriatico. Venne riferito che i Veneti non lasciarono il Baltico via mare. Era tanta la loro esperienza nella navigazione, quel mare era troppo tempestoso, veleggiarono lungo i fiumi, e vollero arrivare in Adriatico nella convinzione  che lì si sarebbero congiunti con gli Eneti.

-Teorie ce ne sono altre ancora, tra cui la Via dell’Ambra, e altre vie già loro note nella prima fase dell’Età del Bronzo.

  A mio avviso, l’origine maggiormente attendibile, ricca di riscontri, è quella che fa risalire la loro provenienza da una regione dell’Asia Minore, la Paflagonia, area a nord dell’attuale Turchia sulle sponde del mar Nero, ai confini con la terra delle Amazzoni e dell’impero Ittita.

 La Paflagonia – algoritmo con cl

  È sempre Omero a narrarci che al tempo della guerra di Troia i Paflagoni, la cui tribù stanziava a Heracleia nei pressi appunto del Mar Nero, con valida cavalleria andarono in soccorso all’alleato Priamo, capeggiati da Pilemene che perse la vita in combattimento. Giunti a Troia, provarono più volte ad assaltare le mura della città, ma la strenua difesa dei Troiani non ne permetteva la resa. Durò dieci anni l’assedio, finché arrivò la pensata di Ulisse.

Riproduzione del cavallo di Troia

  A contesa di Troia conclusa, il vecchio saggio Antenore suggerì ai Troiani di restituire Elena ai Greci, e questi risparmiarono a lui e a Enea, il “trattamento di guerra”. Sopravvissuti, ma senz’altra guida né patria, i Paflagoni superstiti scelsero l’esilio. Si rivolsero all’oculato Antenore, che li fece trasferire con anche alcuni Troiani in Tracia, poi nell’Illirico attraverso i corsi di Danubio, Sava, e Drava, da dove alla fine del secondo millennio a.C., raggiunsero la “importuosa Italica litora”: il litorale adriatico, nei pressi di Adria e Spina. Erano quelli che in seguito si sarebbero chiamati Veneti! Fondarono centri accanto ai fiumi come Este vicino all’Adige, Vicenza al Bacchiglione, Padova sul Brenta,

 Edicola monumentale con la tomba di Antenore a Padova

Treviso sul Sile, Oderzo sul Monticano. Poi Altino e Concordia, situate queste ai margini della laguna, ma in zona elevata, e comunque non lontane da corsi d’acqua: un tratto del Sile, e del Lemene. A Malamocco avevano il loro porto, come ci narra Tito Livio (Ab urbe condida), “ad Medoacus, litora venetorum pervenit”.  Este, Padova, e Altino, divennero i loro centri decisionali e dell’economia.   Qui stanziatisi, portarono con sé la cultura del ferro appresa dagli Ittiti, integrandosi con parte della tribù degli Euganei. La maggioranza di questi ultimi infatti, preferì stabilirsi verso la montagna, e lasciare la pianura ai Veneti esperti nell’addestramento di quei bianchi cavalli ovunque famosi, rispettati e sacri. Di questi è opportuno spendere qualche parola: Chiamato Ekvo dai Veneti antichi, il cavallo, noto per l’abilità nella corsa, era allevato per il valore economico e come simbolo aristocratico. Nel Veneto esiste ancora oggi una razza di cavalli dal manto albino conosciuti come “razza Piave”; mi piace pensare che abbiano il dna di quell’“ekvo” citato dagli scrittori antichi, che ogni anno gli Eneti sacrificavano a Diomede sul tempio. E non solo i “razza Piave”, anche i favolosi “lipizzani” trarrebbero origine da loro;

un bianco cavallo simile all’Ekvo

sono infatti cavalli frutto di giumente venete, ne possiedono le caratteristiche: come l’ekvo hanno il mantello bianco, sono vigorosi, infaticabili, e dall’indole fiera. Val la pena di scomodare qualche grande del passato, che ebbe a celebrarli: nel 700 a.C. il poeta greco Esiodo li definisce i “bei destrieri veneti”.  Nel 400 a.C., nella stesura dell’Ippolito, il drammaturgo Euripide ci parla di una coppia di cavalli veneti guidata dal protagonista. Lo storico Strabone testimonia che nel 300 a.C. Dionisio di Siracusa volle cavalli veneti per disporre di scuderie d’ eccellenza. Un’antica lapide ricorda che Leonte di Sparta, nell’Olimpiade del 440 a.C. vinse una competizione grazie ai cavalli veneti. Altri grandi autori celebrarono nei loro versi i “bei destrieri venetici” come sinonimo di massima velocità, lusso e prestigio. Insomma, il rapporto che gli antichi Veneti avevano instaurato col cavallo era considerevole, testimoniato oltre che dalle fonti storiche greche e latine, anche dai numerosi reperti archeologici. Abili allevatori i Veneti lo erano già nei loro lidi, tanto che Omero ebbe a definire la loro ubertosa terra “il paese delle indomite mule”. Centinaia di bronzetti riferentesi al cavallo sono stati rinvenuti nei luoghi di culto dei Veneti. Nelle necropoli, veniva riservato un apposito spazio per la sepoltura del cavallo (ritrovamenti di Adria e Altino). 

Oltre che abili allevatori gli Eneti erano avventurosi e temerari commercianti, innovativi agricoltori, coraggiosi guerrieri. Esperti anche nell’arte idraulica, attuarono le prime opere di canalizzazione e di arginatura dei fiumi, colonizzarono i terreni paludosi di fondo valle.

Maestri nelle produzioni bronzee e fittili, in particolare nella fabbricazione delle situle, furono i “portatori della Civiltà dei Campi di Urne”.

Cultura dei Campi di Urne

  Nella loro religione c’era l’esistenza della vita nell’aldilà, ed ecco la cremazione dei morti. Nelle necropoli si procedeva all’incinerazione dei defunti, i cui resti cremati venivano inseriti in ossuari.

Situla in bronzo dei Veneti antichi

  Orgogliosi e battaglieri, gli Eneti non cercavano lo scontro, sapevano difendere pacificamente il proprio territorio, particolarmente nei confronti dei vicini Celti, con i quali promossero l’integrazione. Così avvenne anche con i Goti, i Longobardi, i Franchi. I nuovi arrivati, sempre numericamente inferiori, assorbirono la formazione intellettuale e la lingua. Nel corso del secolo VIII a C. i Protoveneti costituirono Innumerevoli nuovi insediamenti nell’attuale Friuli con i Carni, e in Slovenia nell’antica Carantinia. Si avventurarono fino in Britannia, dove tra le altre cose, fondarono la città di “Venedotia”. Di qui le divertenti sceneggiate, le “battaglie” che in seconda battuta (mi si perdoni il divagare), videro Giulio Cesare affrontare Asterix e Obelix,

 l’invincibile coppia gallica, felice divertente fumetto di Goscinny e Uderzo.

  In terra italica si spinsero fin nel Lazio sodali agli Etruschi, dove sembra abbiano contribuito a fondare Roma. Nel II sec. a. C contribuirono a fondare Aquileia, una delle città più ricche e floride.

Aquileia – foro scavi

  Politeisti, erano particolarmente devoti alla dea Rejtija, identificabile con la Terra, “Gea”, così chiamata dagli antichi greci, signora dei boschi, delle fiere selvagge, delle acque, e venerata per la fertilità. Ma di divinità ce n’erano anche altre, dal sito archeologico di Altino sono emersi due santuari: uno dedicato al dio Altino che ha poi dato il nome alla città, a cui si aveva accesso per via d’acqua; l’altro santuario raggiungibile da terra, era dedicato al dio Belatukadro, divinità guerriera invocata in battaglia. Bruciavano i loro morti su pire, raccoglievano le ceneri in urne che interravano in arche di pietra.

Aquileia – foro scavi – un’arca
una pira

   Il tiglio era l’albero sacro attorno al quale si raccoglievano i saggi per le loro decisioni importanti. Sempre dai latini, sappiamo che avevano grande considerazione e rispetto per la donna. Superato il primo impatto dell’insediamento, diedero origine al vero e proprio gruppo etnico dei Veneti. L’originario territorio di stanziamento fu la “Venethia”, che si estendeva dalle coste dell’Adriatico, comprese tra il Timavo e il Po; lungo il corso del Piave arrivava al Cadore, alle Alpi giungevano anche risalendo l’Adige e il Brenta. L’esistenza veneta sulle Dolomiti è ben certificata a Lagole.

Lagole

  La Pianura Padana era allora ricoperta da boschi e da zone paludose; i centri abitati si sviluppavano lungo i corsi d’acqua su zone sabbiose permeabili o sulle colline, le abitazioni erano agglomerati che servivano anche per attività artigiane. Nelle aree montane sfruttavano la roccia come parte sottostante, e il legno per l’elevazione dell’abitato. Risalendo la Valbelluna, in zona prealpina incontriamo l’interessante cittadina di Mel, con una delle maggiori necropoli venete, ad oggi perfettamente conservata.  È solo attraverso la documentazione archeologica che ci è possibile dare verosimiglianza alla storia dei Veneti antichi, alla loro identità culturale ed economica, che si è sempre mantenuta autonoma dal variegato quadro presente in Italia nel periodo che precede l’avvento di Roma.

Al tempo dell’Impero Romano il Veneto fece parte della Decima Regio,

La Decima Regio

territorio circoscritto dalle Alpi, dall’Adriatico, dall’Adige, e dal Po. Consapevoli dell’importante civiltà veneta antecedente alla loro, i Romani non conquistarono mai i Veneti con la forza, non soffocarono la loro cultura. Con i loro soldati i Veneti respinsero Annibale, e per ben tre volte ebbero a salvare Roma: contro i Galli, e durante la guerra civile. Ci narra Tito Livio che nel 390 a.C. i Galli Senoni, aggirato l’esercito romano, lo attaccarono da Senigallia e compirono il “Sacco di Roma”, saccheggio che avrebbe avuto proporzioni ben maggiori se non fossero intervenuti i Veneti a fare azione di disturbo attaccando i Galli nelle retrovie, e costringendoli a ritirarsi. Di ciò i Romani furono sempre grati ai Veneti, e fu loro desiderio averli alleati. Coscienti della potenza e della saggezza di Roma, i Veneti accettarono di buon grado la loro penetrazione, e desiderarono anche che venisse concessa a loro stessi la romanizzazione. Per la fedeltà dimostrata durante la guerra sociale dell’89 a.C. i Romani estesero di buon grado la cittadinanza romana ai Veneti, alleati italici fedeli, con la “Lex Iulia de civitate”.

Al declino dell’Impero, sorgono per i Veneti altre complicazioni: avviene la calata di Longobardi, Ostrogoti e Unni, che dura fino alla effettiva caduta dell’Impero Romano d’Occidente. È allora che i Veneti si ritirano sulla costa e verso le isole, dove fondano gli insediamenti di Eraclea, Chioggia, Murano, Pellestrina, e Rialto – la Rivus Altus, che sarà il nucleo originale su cui si svilupperà Venezia.

  La giovane Repubblica veneta diviene ben presto una potenza marittima, che riuscirà anche a sottomettere le signorie straniere di stirpe barbarica, insediatesi con le invasioni. Assoggetta la costa dalmata, Creta, parte della Grecia e della Turchia. Non erano italiane l’Istria e la Dalmazia, erano Venete, e così anche Cipro, che si chiamava Famagosta. Gli “Schiavoni”, i soldati Dalmati, erano a servizio dei Veneti. Per due secoli la “Serenissima” fu la potenza commerciale più grande d’Europa, e per oltre un millennio, esempio di buon governo per tutto il mondo.

Il dominio della Serenissima

 Con l’avvento di Napoleone si assiste alla fine di quel glorioso mondo. Il 17 ottobre 1797 (26 vendemmiaio dell’anno VI) il generale Napoleone Bonaparte, a conclusione della prima campagna d’Italia, con  la firma del Trattato di Campoformio avvenuta a Villa Manin di Passariano, dimora estiva dell’ultimo Doge Ludovico Manin,

il Doge Ludovico Manin

conferma la pace fra la Repubblica francese e l’imperatore tedesco Francesco II d’Asburgo-Lorena.

Gli accordi poi perfezionati vedono la Francia impossessarsi di tutti gli insediamenti già veneziani in Albania, delle isole del Levante: Corfù, Zante, Cefalonia, ecc.. All’Austria va la sovranità della Dalmazia e del Friuli, dell’Adriatico con le sue isole, del Veneto con la città di Venezia, il territorio compreso tra il Tirolo, parte del lago di Garda, l’Adige, e il tratto finale del Po.

La caduta della Serenissima nel 1797, fu un disastro per il Veneto e per il Friuli.

Prise de Venise par Napoléon en mai 1797, Musée de la Révolution française – Vizille

Da un lungo periodo di benessere e di giustizia sociale, si passò allo scompiglio, agli stenti. Napoleone, che essendo corso avrebbe dovuto rispettare l’Italia, la trattò come terra di conquista, nelle sue avanzate s’impadronì di tutto quanto gli serviva: alloggi, animali, vettovaglie per le truppe, lasciando alla fame il popolo. S’impadronì delle opere d’arte, arricchendo la Francia di meraviglie di cui ancora oggi se ne vanta. Lo fece a cuor leggero, perché sapeva che il Veneto avrebbe dovuto esser ceduto all’Austria, che salvo nei momenti di guerra fu attenta al Veneto, terra che l’imperatore ardentemente voleva per se, e in cui comunque lasciò qualcosa di buono. A Franz Joseph, monarca di stampo feudale, va  il merito di aver fatto costruire la ferrovia che congiunge Venezia alla terra ferma. Creò il Lombardo-Veneto amministrato dall’Austria, che dovette poi cedere ai Francesi. Nel 1848, iniziarono però le ostilità: con il grido “Viva la Repubblica, viva la libertà, viva San Marco”, il 22 marzo  l’avvocato Daniele Manin proclama la nascita della Repubblica di San Marco, infiammando la folla. Vienna promette di concedere una carta costituzionale, al che gli austriaci ricevono gli applausi dal pubblico al teatro La Fenice. La libertà durò poco più di un anno, durante il quale la Repubblica coniò anche alcune monete.

Repubblica di san Marco – 15 centesimi

Poi, nell’agosto del 1849, trovatasi isolata, stremata dalla mancanza di viveri e da un’epidemia di colera, la città fu costretta ad arrendersi agli Asburgo, a cui seguì l‘annessione al Regno d’Italia. Se non avesse dovuto entrarne a far parte, il Veneto non avrebbe disdegnato di rimaner con l’Austria. E ancora, se vogliamo, massimamente nella confusione che ci ha fatto sopportare la politica italiana negli ultimi trent’anni, da molti veneti residenti nelle province più vicine all’Impero, vedi Tieste, viene tuttora rimpianto e acclamato. Sta di fatto che il Veneto si rivestì di povertà, gli abitanti assunsero l’etichetta di “polentoni”. Due sono i motivi da cui trae origine la curiosa nomea: uno determinato dalla necessità di mangiare tanta polenta per la sopraggiunta arretratezza economica, l’altro perché il popolo veneto, abituato a mille anni di buon governo, era incline a credere a chi deteneva il potere.

la polenta

Seppur reduci dalle successive guerre mondiali sostenute a baluardo dell’Italia con migliaia di caduti, per la loro natura laboriosa, dote ereditata dagli Éneti, in breve tempo i Veneti riescono a doppiare la boa, e diventare una delle regioni più benestanti e sviluppate della Nazione.

  Al termine di questa sintetica storia sull’origine dei Veneti, è il caso di riassumere alcune loro caratteristiche meno remote, senza pensare che questo emerga da connotazione politica, né tantomeno che significhi sminuire la grande importanza di Roma che a pieno titolo ebbe a essere “Caput mundi”. Semplicemente queste mie note intendono tener viva la conoscenza dei Veneti, popolo di cultura millenaria che, laborioso e mite, ebbe anch’esso molti primati nella storia.

Tra i famosi personaggi storici veneti va ricordato lo scrittore Tito Livio, padovano,

Tito Livio  59 a.C. 17 d.C

che in dieci volumi ci ha tramandato le origini del popolo veneto e l’arrivo di Antenore. In quei testi vi è anche scritta la storia di Roma, della quale

La lupa con Romolo e Remo – (Marmo) Francesco Biggi 1707 circa

a noi scolari di qualche tempo fa è stata trasmessa la fiaba di Romolo e Remo allattati dalla lupa.

Non è da dimenticare il veronese Catullo, dal “tumultuoso impeto lirico”, che fu l’amante di Lesbia. La donna amata da Catullo veniva chiamava così, ma non era questo il suo vero nome. Era uno pseudonimo letterario ispirato a Saffo, poetessa greca originaria dell’isola di Lesbo;  nascondeva il nome di Clodia Pulcra, nobildonna romana appartenente alla potente famiglia patrizia dei Claudi.

Tommaso Antonio Catullo

Gallo cenomane, Catullo cantò in latino nel Carme 5 qualche decennio prima di Cristo, l’amore alla sua amata Lesbia “Vivamus, mea Lesbia, atque amemus…..”: un forte invito a considerare la caducità del tempo,  a vivere appieno la passione,  considerando la brevità della vita. Anticipò così il “Carpe diem” del latino Orazio.  Fu la loro una tormentata storia d’amore, caratterizzata da grande passione ma non priva di tradimenti e delusioni; dal poeta ne uscirono  alcuni dei temi più famosi.

  E che dire del mantovano Virgilio, considerato il massimo poeta di Roma,

Polidoro Virgilio

autore delle Bucoliche, delle Georgiche, e dell’Eneide, che di Roma ci ha fatto conoscere le origini, e che Dante gli riservò l’onere di guida in Inferno e in Purgatorio, nella Divina Commedia!

E ancora, il padovano Tito Livio, che di Roma redasse la monumentale storia. Nonostante che di questi scrittori alcune opere siano  andate distrutte, rimane sufficiente resoconto dell’epoca. 

    E Marco Polo? Cittadino della Repubblica di Venezia del XIII secolo, oltre a essere stato uno dei più grandi esploratori della storia, che percorse la via della seta, fu ambasciatore, scrittore, e mercante.   

Marco Polo   Venezia 1254 –1324

Cresciuto in ambiente mercantile, attivo tra l’Europa e l’Oriente, divenne fondamentale punto di riferimento per i rapporti tra l’Europa e l’Asia. Rientrato via mare, venne fatto prigioniero dai Genovesi nel 1295, all’epoca delle Repubbliche Marinare, perché comandante di una galea veneziana durante la battaglia navale di Curzola. Dal carcere poté dettare le sue memorie sul viaggio in Asia a Rustichello da Pisa, dalle quali scaturì uno dei capolavori della letteratura dei viaggi: il Milione.  Ancora oggi si cercano notizie sul suo “Milione”, relative alle civiltà che lui scoprì.

  Per cogliere l’anima del popolo veneto, anima fiera e generosa che è stata protagonista della storia fin da epoche antichissime e che ha sempre mostrato il suo valore intrepido ma anche una profonda delicatezza, propongo alcune rapide, incisive, pennellate sulla storia più recente. Esse cercano di tracciare un quadro esaustivo di una civiltà che affascina e che risulta ricca di stimoli, nel vigore che questo popolo ha dato alla rivoluzione umanistica e a quella rinascimentale, una cultura universale. Vale allora la pena di ricordare che:

-l’abaco, il testo di algebra più antico al mondo è stato scritto a Treviso nel XV secolo, l’originale è custodito alla Columbia University, a Treviso si possono trovare ristampe

-il primo orologio astronomico a ingranaggi fu fatto a Padova da Jacopo Dondi nel 1344,

La torre dell’orologio a Padova

un illustre medico, astronomo e matematico. Mostra l’ora, il calendario annuale, il movimento dei pianeti allora conosciuti.

-a scoprire l’America sembra siano stati i Veneti, i fratelli Zeno nel 1390, prima di Colombo, il quale poté giungervi grazie alla “carta da navegar” veneta; (alla biblioteca Marciana c’è il testo originale pubblicato dal pronipote Nicolò Zeno il Giovane, che descrive la navigazione dei due mercanti)

-Il canale di Suez fu progettato da Alois Negrelli, veneto di Fiera di Primiero nel 1799. Sua fu l’intuizione di un canale a livello senza chiuse, e ne elaborò il piano tecnico conclusivo

-il primo Stato al mondo a prendere ufficialmente le distanze dalla schiavitù fu la Serenissima. Con  l’atto di obbligazione del Doge Pietro IV Candiano,

venne proibita formalmente la tratta degli schiavi a Venezia.

-Galileo Galilei, rifugiatosi in Veneto, ottenne dal Senato Veneto il brevetto per la sua invenzione, la macchina per alzare il livello dell’acqua.

GalileoGalilei

Sotto la protezione della Serenissima soggiornò 18 anni in Veneto, dal 1592 al 1610. Gli fu affidata la facoltà di matematica all’università di Padova (Palazzo Bo), con gran cura si conserva la celebre cattedra usata per le sue lezioni. Sono molte le scoperte fatte in Veneto: i satelliti di Giove, studiò il moto dei corpi, la caduta gravitazionale, perfezionò il cannocchiale che presentò ufficialmente il 25 agosto 1609 al Doge e al Senato della Repubblica Serenissima, e altro ancora. Definì il suo soggiorno in Veneto, i migliori anni della sua vita.

-il famoso trattato “Galateo overo de’ costumi” fu scritto nel ‘500 da messer Giovanni della Casa

Abbazia di Sant’Eustachio

vescovo e letterato, mentre si trovava in ritiro a Treviso sul Montello, nell’Abbazia di Sant’Eustachio. E’ stilato a mo’ di dialogo, tra un anziano e il nipote, allo scopo di trasmettere la creanza, dote ricevuta dall’esperienza nella vita cortigiana. Un trattato sulle norme del buon vivere, negli eventi sociali: il rispetto dell’orario, la gentilezza nel parlare, l’uso corretto delle posate a tavola, una postura composta, la cortesia e la discrezione

L’elevata cultura veneta, del resto, ha dato al mondo grandi artisti tuttora celebrati:

-nel ‘500 abbiamo prodotto quel gigante architetto che fu Andrea Palladio

Anrea Palladio 1508-1580

uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano, l’architetto che influenzò il mondo intero per l’equilibrio, e la proporzione nella classicità. Fu per Venezia il massimo livello tecnico nella manutenzione degli edifici storici importanti come la Basilica di San Marco. Al suo genio si deve la bellezza architettonica di Venezia: geometrie perfette, il legame con l’antichità classica, e la spiritualità. Tutti i suoi edifici sono considerati capolavori. Le Ville Venete sono vasta, magnifica, espressione di arte e civiltà;

 Andrea Palladio – Villa la Rotonda – Vicenza – Patrimonio Unesco

dalla tradizione arriviamo a Carlo Scarpa che spiritualmente ne è la continuità;

– Tiziano Vecellio, fu il pittore ufficiale della Serenissima e dei Papi.

Nel ‘500 rinnovò il modo di esprimersi della pittura, nel dare al colore e agli effetti della luce una prospettiva che si distingue; in un dinamismo di libertà nella composizione pose al centro il disegno, portando con sé un mare di grandi: Giorgione, Tiepolo, Tintoretto, Veronese.

 -Antonio Canova artista trevigiano di Possagno, il massimo esponente del Neoclassicismo. Le sue sculture si possono trovare in tutti i maggiori musei del mondo.

Antonio Canova – Ercole e Lica

Impareggiabili sono Amore e Psiche, e le Tre Grazie, per la precisione delle linee e delle forme e la delicatezza. Canova realizzò per primo il sistema di riproduzione in serie, partendo da un modello in gesso a grandezza naturale su cui venivano inseriti dei chiodini, le “repere”. Questi servivano di riferimento per le misure su marmo replicabili.

-la prima donna laureata al mondo fu Elena Lucrezia Cornaro, nata a Venezia nel 1646. C’era un vasto pubblico alla discussione per il conferimento del Dottorato in Filosofia. La sua vittoria, fu una pietra miliare nella storia dell’emancipazione femminile.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Nel Palazzo del Bo, sede dell’Università, è ricordata con una scultura a lei dedicata. Oltre a numerose scuole in Italia, portano il suo nome un cratere sul pianeta Venere, il Cratere Piscopi.

-Il giornalismo è nato a Venezia, i primi giornali sono stati veneti Erano i primi fogli di notizie, dal nome  gazzetta, termine corrispondente nel Cinquecento alla moneta d’argento della Serenissima. I fogli venivano letti in pubblico, o distribuiti appunto, al prezzo di una gazeta. È da quel tempo che il vocabolo ha dato il nome al giornale.

– Giacomo Quarénghi veneto, il maggiore interprete del Palladio, nel 1779 si recò in Russia al servizio di Caterina II, e nel pensiero dell’armonia spaziale, divenne l’architetto ufficiale. Fu grande interprete neoclassico, che plasmò il volto della capitale zarista  all’edificazione di San Pietroburgo.

– e la musica? Il Veneto ha dato al mondo straordinari geni musicali, che della musica ne hanno plasmato la storia. Erano veneti: -Benedetto Marcello, nobile magistrato veneziano, che affiancò alla carriera di giudice quella di compositore; -Antonio Salieri, insegnante di Beethoven, di Schubert e di Liszt; -Antonio Vivaldi ( il prete rosso), massimo esponente del barocco veneziano. Il pianoforte (allora chiamato gravicembalo col piano e forte) fu inventato dal padovano Bartolomeo Cristofori nel 1698.

Pianoforte Cristofori – 1722

Uno dei tre esemplari originali lo volle per se proprio Benedetto Marcello.

-e il teatro? Carlo Osvaldo Goldoni, scrittore, librettista, drammaturgo, avvocato veneziano.

Alessandro Longhi – Ritratto di Carlo Goldoni (c 1757) Ca Goldoni Venezia

Le sue commedie sono state di  rivoluzione in quell’Arte. Nel trasmettere l’elogio del buon senso, è da considerare un padre della commedia moderna. Ne è bell’esempio Mirandolina, l’astuta locandiera. Ha ben fatto divertire, con le sue opere teatrali in lingua veneta. La società che descrive è viva e palpitante.

-la parità di genere – Nel ‘500 in Europa le donne erano tenute in scarsa considerazione, a Venezia invece, avevano parità di dignità e di espressione, le poetesse erano stimate, erano definite “cortigiane oneste” e intellettuali della Serenissima. Le 311 rime della poetessa Gaspara Stampa, dedicate per la maggior parte al suo amore il conte Collaltino Collalto, costituiscono una delle più interessanti raccolte liriche del Cinquecento.

– la Giustizia – La Costituzione e la Giustizia degli Stati Uniti furono attinte dalle leggi della Serenissima. Queste le colonne portanti comprese in entrambe le costituzioni: -Separazione dei poteri -Elezioni indirette per evitare la concentrazione del potere – Una componente aristocratica nel governo per prevenire decisioni populiste e impulsive. Benjamin Franklin, uno dei quattro Padri Fondatori della Legge Fondamentale dello Stato americano, rimase quasi un anno a Venezia per questo scopo.

Benjamin Franklin -Boston 1706 – Filadelfia 1790

Nell’elencare i tanti pregi dei Veneti del passato, non va dimenticata l’eccellenza in ”Ars Amandi” di Giacomo Casanova, raffinato seduttore, libertino, avventuriero, e scrittore.

Giacomo Casanova 1725 –1798

Fu autore di numerosi trattati e testi saggistici di ampia natura, di matematica, di letteratura, di poesia, ma soprattutto va ricordato come avventuriero seduttore. A rendergli fama fu soprattutto la sua celebre opera: Histoire de ma vie (Storia della mia vita), la franca descrizione dei suoi incontri galanti, le sue avventure. Tra queste va anche annoverata la reclusione in gioventù nel Forte di Sant’Andrea, per la sua condotta piuttosto turbolenta.

– Non va infine scordato che il Veneto è una lingua! Tracce della lingua e dell’alfabeto venetico sono state reperite con gli scavi effettuati in molti luoghi, soprattutto a Este. È stata la prima “Lingua Volgare” dello Stivale, il primo documento si trova nel codice LXXXIX della Biblioteca Capitolare di Verona steso in un misto di Veneto e Latino medioevale. La scrittura venetica ha oltre 2500 anni, al museo nazionale di Este si possono ammirare le tavolette bronzee atestine

 La scrittura venetica

Parecchie iscrizioni su bronzo, su pietra o sassi, si possono osservare nei musei di Padova, Pieve di Cadore, Treviso, Vicenza.  

Durante il periodo della Serenissima, la “Repubblica del Buon Governo” esistita per più di 1100 anni, la più longeva, il Veneto è stata vera e propria lingua per averne avuto la funzione nella diplomazia, con gli ambasciatori di tutto il mondo.  Anche l’attuale lingua veneta è viva. In costante evoluzione, permette a qualsiasi espressione della lingua italiana di essere tradotta in veneto, e in ognuna delle sue varianti dialettali.

Ma ecco la più simpatica voce veneta che ci porterà a concludere  queste riflessioni, la più diffusa al mondo, entrata nel vocabolario di molte lingue e da tutti conosciuta:  “ciao” .   Paolo Pilla

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