15 settembre, giornata destinata da tempo all’annuale imbarcata in laguna. Al risveglio del mattino però, il cielo si presenta con grandi spazi neri, da far pensare al temporale, magari anche cattivino, visto che di questi tempi son di moda i disastri. Orco can, che peccato! Il Piero da Salzano dice: ma no, vedrai che viene il bello, andiamo! Può anche essere che qualcuno lassù ci abbia visti sconsolati e abbia voluto intercedere, sta di fatto che la mattinata si evolve, sto tempo matto ci fa rivedere il cielo blu. Avevo qualche perplessità, ma sono da tempo a conoscenza che quell’uomo ha confidenza col cielo. Un po’ tardino, ma andiamo, era questo che voleva il reggente, lo capiremo meglio in seguito.

Alle 14,30 Gianna, Giancarlo, Piero ed io saliamo a Portegrandi su “Leonardo”, quel gioello di

Leonardo

imbarcazione che non ci ha mai tradito. Come di consueto, il tratto da percorrere nel Silone è sempre di una tranquillità gioiosa. È opportuno ricordare che il canale Silone è il vecchio corso del Sile, il fiume di risortgiva più lungo d’Europa, a cui la Serenissima pensò bene di diversificare il percorso delle acque, spostandolo sul letto della Piave vecchia, che con un rilevante deflusso di detriti sfocianti in laguna, ne creava l’interramento. Il letto del fiume venne quindi fatto confluire nel vecchio letto del Piave, noto come la “Piave Vecchia”.

Fotografie alla barena, ai gabbiani, in quella via d’acqua rilassante preparatoria alle bellezze che ci accompagneranno fino a sera. È un territorio complesso questo, racconta una storia lunga millenni. Si naviga con ritmo accogliente, a non creare eccessivo moto ondoso, condito di qualche “varda che beo” e allo scambio di qualche confidenza. Qui tutto è legato all’acqua, “L’acqua ripassa, il tempo no”, motto che qualcuno meditando, ebbe a consegnare all’inchiostro il suo pensiero.

Ma eccoci in  vista di Torcello, ecco la nostra laguna, il bacino di acqua salmastra più grande del Mediterraneo. Sentiamo di essere dove duemila anni fa arrivavano i pali che hanno dato vita a Venezia.

Ad ogni puntata delle nostre imbarcate desideriamo visitare isole nuove, oggi mi sarebbe piaciuto sbarcare a Poveglia, già stazione di quarantena per malati di peste, poi ospedale psichiatrico chiuso nel 1968, ma data l’ora era troppo lontana. Una escursione l’avevamo pensata a “San Giacomo in Palùo”,

una piccola isola abbandonata, ma con la sua interessante storia, e che ora ha grandi programmi. È ubicata tra Murano e Madonna del Monte, lungo il canale detto Scomenzera, è opportuno un cenno essenziale del suo passato: era una barena, un’isola paludosa, alla fine del primo millennio tale Giovanni Trono (oggi Tron) di Mazzorbo, ebbe in assegnazione quello spazio perché vi fosse costruito un ospedale per l’accoglienza dei pellegrini e dei bisognosi. Nel ‘200 divenne convento di monache, nel ‘400 a seguito di grave pestilenza si fece lazzaretto, per tornare poi convento stavolta di frati che nel ‘700 si ritirarono lasciando il posto agli ortolani. Ci pensò Napoleone a far demolire il monastero, con la soppressione del convento dei Frari, per l’isola iniziò l’abbandono. Giunsero gli austriaci, la usarono come postazione militare. Il suo utilizzo rimase attivo militare anche ad uso dell’esercito italiano, fino all’abbandono definitivo.

Mentre stavamo per prepararci all’attracco abbiamo visto doversi alare un’imbarcazione molto grande, le briccole servivano ad essa, abbiamo rinunciato. Barra quindi a dritta, ci siamo allontanati non senza scattare qualche foto. Acquisita nel 2018 da Sandretto Re Rebaudengo, sarà utilizzata per ospitare mostre, opere, e residenze mirate ad assecondare incontri tra artisti e studiosi di varie discipline.

Lasciamo San giacomo in Palùo con prua a Castello – qui abbiamo visto cose belle:

il chiostro

la basilica san Pietro di Castello,

la cui prima costruzione risale al VII secolo. La Chiesa è rinascimentale, le pale d’altare medievali, la torre campanaria alta 46 metri del ‘400 elegante lievemente inclinata,

il campanile in pietra d’Istria

interamente rivestita in candida pietra d’Istria. La basilica è stata il primo centro religioso della città, è stata cattedrale di Venezia fino a quando, nel 1807, il titolo passò a San Marco.

Adiacente c’è l’Arsenale,

l’antico complesso di cantieri navali e officine, che già dal XII secolo fu la forza delle conquiste veneziane. Bello, tutto circondato da mura merlate, al calar della notte veniva chiuso con enormi catene ancora visibili, manovrate da un paranco.

E ora si ritorna: all’altezza di Torcello ritroviamo il canale san Felice dove la navigazione sarà più tranquilla, con meno moto ondoso. Il sole è nella sua fase discendente, quando vediamo che sta per toccare la terra è il momento di gettare l’ancora. Proprio qui era la volontà , come accennato sopra, del reggente: godere con noi quello spettacolo. Lo è stato davvero: un tempo perfetto, un silenzio seducente, la corrente che nel momento della bassa marea scorreva veloce, inibiva il sopraggiungere delle onde

create in laguna, la lontana visione di Venezia e addirittura dei colli euganei. La cena in barca al calar del sole è quanto di più fascinoso ci possa essere. Buon cibo, buon vino, buoni dolci, tutto perfetto,

quattro anime a godere. Il tratto finale del canale Silone è servito a farci sgranocchiare ancora qualcosa, scivolando nell’acqua condotti da mano sapiente. Grazie Gianna, grazie Giancarlo grazie infinite Piero.           Paolo Pilla

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