immersa nel paesaggio del Parco Naturale del Colle San Bartolo, sorge a pochi chilometri dalla città di Pesaro, in un poggio che ne conserva il primitivo rapporto con la natura.

La denominazione di “imperiale” si collega al viaggio che Federico d’Asburgo organizzò per andare a Roma alla sua incoronazione. Era il 1469, fece sosta a Pesaro ospite di Alessandro Sforza, governatore della Marca di Ancona. Sollecitato dal duca, l’imperatore ebbe a posare la prima pietra all’erigendo fabbricato; sul portale d’ingresso, a ridosso dello scudo con le aquile imperiali, c’è la scritta

ALEXANDER SFORTIA MCCCCLXVIIII.

A contraddistinguere l’edificio sforzesco che risente dell’architettura medicea, impostato nei sobri caratteri della villa di campagna del Quattrocento, sono il cortile porticato e l’alta torre.

Edificata nel Quattrocento da Alessandro Sforza come luogo di signorile abitazione, ma anche

di difesa con coronamenti merlati e torrette, la Villa Imperiale di Pesaro è considerata una delle opere più singolari del Rinascimento italiano. È composta da due edifici tra loro diversi, collegati da un passaggio pensile: uno è l’abitazione quattrocentesca degli Sforza padroni di Pesaro, l’altro è la parte voluta nel Cinquecento da Francesco Maria Della Rovere nobile capitano di ventura, gran signore di Senigallia e duca di Urbino.

Dopo l’esilio voluto da papa Leone X, al rientro nel suo ducato, Francesco Maria trasferisce la capitale da Urbino a Pesaro e decide l’ampliamento della Villa Imperiale, portandola a vivere il grande splendore, riflesso dalla casata roveresca.

A caratterizzare la parte nuova sono a ridosso del colle copiose terrazze, cortili, giardini .

il cortile imperiale

L’intervento fu di Gerolamo Genga, pittore, architetto e scultore originario di Urbino, uno dei più importanti architetti della prima metà del Cinquecento, per conto dei duchi Francesco Maria Della Rovere e Leonora Gonzaga.

Francesco Maria Della Rovere e Leonora Gonzaga

Genga era nelle grazie della duchessa, alter ego nel seguire le opere in assenza del duca consorte, a quel tempo Capitano per la Serenissima.

Genga fece anche decorare la parte vecchia del fabbricato, con dipinti murali che si avvalsero dell’opera di rilevanti artisti fiorentini: -il ben noto Agnolo di Cosimo detto il Bronzino, -i fratelli Dosso attivi alla corte degli Este a Ferrara, -Raffaellino del Colle uno degli ultimi allievi di Raffaello, -Francesco Menzocchi che affrescò la Sala Psiche di Palazzo Grimani a Venezia e parte del Palazzo Ducale di Pesaro, -Camillo Capelli detto Mantovano che fu al servizio di Isabella d’Este.

Fin qui l’ascesa! Ma nel ‘600 i beni dei Della Rovere passarono ai Medici, il ducato di Urbino ritornò allo Stato Pontificio, la villa entrò in decadenza, perdendo il suo fascino. Nel ‘700, causa la soppressione dell’ordine dei Gesuiti avvenuta in Spagna e Portogallo, fu utilizzata come ricovero  dei membri della “Compagnia di Gesù” costretti all’esilio, con le conseguenti alterazioni di sale e logge,

per sistemazioni necessarie a ospitare celle e oratori. Ovviamente questo fu disastroso per la villa, molte decorazioni scomparvero, ci fu l’oblio.

Nel 1777 il principe Orazio Albani di origine albanese ottiene in enfiteusi da Papa Pio VI la villa occupata dai gesuiti, nella seconda metà dell’Ottocento intraprende i primi restauri. Commise tuttavia un errore che non gli fu mai perdonato, quello di sovrapporre pitture ai dipinti precedenti.

La II guerra mondiale causò qualche danno all’edificio del Quattrocento, ma non gravissimo, la parte affrescata rimase integra. La parte edificata nel Cinquecento non subì danni rilevanti.

Per rimediare a tutto fu fatto un altro restauro negli anni ’60 voluto dai discendenti di Albani, i nobili mecenati Guglielmo Castelbarco Albani e la moglie Maria Archinto. Il ripristino consentì di riportare alla luce gli originali Cinquecenteschi, oggi visibili.  

La visita alla villa è possibile, ma esclusivamente d’estate (mercoledì pomeriggio o sabato mattina), prenotando in anticipo a mezzo delle guide turistiche autorizzate (Isairon).

Lo storico e critico d’arte Philippe Daverio ebbe a definire Villa Imperiale di Pesaro, una straordinaria dimora signorile del Rinascimento italiano. La descrisse come una macchina scenica, riproducente la fusione dei tre elementi cardine della cultura umanistica: la perfetta integrazione con la natura, l’armonia architettonica, la dovizia delle fasi decorative interne intente a dialogare con l’esterno, a cui va aggiunto il contesto storico. Questa la sua celebre citazione:

“Villa Imperiale… la percezione di un sogno, la magia assoluta del sogno italiano di bellezza”.        

Trittico Sforza del pittore fiammingo Rogier van der Weyden – sono ritratti Alessandro Sforza e la famiglia

                                      

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