una civiltà ricca di stimoli, che affascina

Raduno dei saggi sotto al tiglio per le decisioni importanti – generata da I.A.

 Per parlar degli antichi Veneti è opportuno conoscere dapprima chi c’era qui prima di loro, e le origini dei sopraggiumti.  Nella regione era confermata la presenza dell’uomo già 12.000 anni fa, dai ritrovamenti avvenuti ai “Ripari Villabruna” in Val Schenèr a Sovramonte di Belluno, delle ossa del cacciatore della Val Rosna.

la parete rocciosa in Val Schener in cui son stati trovati i rifugi -immagine proveniente da Erminia Pilla

Era il 1988, nel far lavori di pavimentazione stradale in Comune di Sovramonte, furono scoperte delle grotte facenti parte di rifugi sotto roccia utilizzati da cacciatori, risalenti a 20.000 anni fa. Erano questi i primi esseri umani in Europa, ad avere le peculiarità dell’uomo d’oggi. In uno di questi anfratti venne infatti alla luce il primo esempio conosciuto di sepoltura completa di corredo funerario, composto da strumenti per la caccia, e per la fabbricazione delle armi.

Riparo di Villabruna in Val Schenèr

Non possiamo definire costui un antico veneto: in questo caso il pensiero va orientato verso le popolazioni nomadi del periodo mesolitico, che là si trovavano prima dell’arrivo degli Euganei, e poi degli Eneti.

 

Ma ora parliamo di quesi ultimi, i Veneti. Se passiamo alla genesi protostorica del Bel Paese, collocata a partire dall’età del bronzo fino alla prima età del ferro, poco note e ancor meno divulgate sono le origini dei Veneti primitivi, seppur supportate da rilevanti, tangibili testimonianze. Maggiormente diffusa è stata invece l’esistenza dei coevi Etruschi, celebrati perché fondarono Roma.

Mi sia qui permesso dire che la cultura Romana è stata anche frutto dell’apporto delle altre civiltà al tempo presenti, tra cui quella Venetica. Nel Novecento l’insegnamento scolastico della storia in Italia ha del tutto trascurato le origini della civiltà veneta, ma fortunatamente non mancano le testimonianze dei Venetikens nei musei, in Italia e all’estero. È stato bello per me  trovarmi una volta in Bretagna al cospetto di documentazioni sui Veneti antichi, al British Museum di Londra; in quella terra essi misero piede ben prima dei Romani.

Ma ora andiamo a conoscere la Venethia, il cui popolo, per primo, diede impulso letterario alle gesta romane.

Il “Fegato di Piacenza”, riproduzione in bronzo

  L’origine del popolo Veneto si rifà a più teorie, concretezze frammischiate a leggende. Più autori riconoscono però il loro arrivo in Adriatico condotti dal principe troiano Antenore, coadiuvato dal principe greco Diomede. Dapprima ostili, i due condottieri divennero tra loro benevoli, interessati alla ricerca di terre favorevoli alla sistemazione degli emigranti.

  Eravamo nel 2° millennio a.C., questi esuli Paleoveneti si stanziarono in modo pacifico nelle terre dell’attuale Veneto, affiliati alla loro civiltà che ha lasciato il segno, tale da ritrovarne alcunché di rispondenza con le genti Venete odierne.  

  “Heneti” dai Latini, traduzione del greco “Ἐνετοί”, come riferisce Omero il significato del nome è “degni di lode”. Antichissimo mite popolo di origine indoeuropea, aveva la sua cultura articolata e la sua lingua, il Venetico. Erano forti, progrediti e organizzati. A detta di Strabone, “era d’ordinario di statura alta e robusta e ben proporzionata, pervenivano a età molto avanzata, che bei vecchi tra loro vedeansi, mercé il clima salubre e l’aere confacente, biondi i capelli, ma presto canuti e radi, le donne a pinguedine inclinate.”

Un Venetikens immagine generata da I.A.

 I rapporti culturali avvenivano con la Grecia, l’Oriente, e con la Civiltà Villanoviana, civiltà sostanziale questa, alla fine della preistoria. Arrivò anch’essa in terra italica nell’età del ferro con l’attraversamento delle Alpi, attestandosi a Villanova nel Bolognese. Proveniente dal centro Europa, fu fondamentale per la conoscenza di quella Etrusca, di quella Venetica, e della Preistoria in genere. Ognuna di queste civiltà, ricevette influenza dalle altre.

  Durò a lungo la civiltà venetica, evolvendosi via via; lo si evince dalla scoperta delle inumazioni tombali: col passare dei secoli i reperti sono più raffinati, le situle maggiormente cesellate.

 Ricordiamo ora che l’origine dei Paleoveneti si rifà culturalmente a più d’una leggenda, è quindi il caso di fare un po’ di luce:

 -Con la sua opera “Geographica” Strabone ne considera l’origine celtica, un popolo residente dal 2° millennio nella Gallia, in Armorica, l’attuale Bretagna; anche Cesare li colloca in quella regione citandoli nel “de bello gallico”, ma la teoria, che si rifà a generiche affinità linguistiche, non ha trovato conferma. I Celti continuano comunque a suscitare grande interesse nel mondo scientifico anche ora, considerato che il Celtismo fu presente nel Veneto Antico lungo 5 secoli di storia in un rapporto  di non belligeranza, con integrazioni da matrimoni misti.

I Celti – Iimmagina generata da I.A.

Nell’area di Este, in alcune sepolture venetiche, furono anche rinvenute situle conformi dalla tipicità celtica.

 -C’è la teoria dell’origine dal lago di Costanza, chiamato un tempo Lacus Venetus, che bagna Germania, Svizzera e Austria, da cui il Reno è emissario. Fu il geografo Pomponio Mela, vissuto  nei primi decenni dopo Cristo, autore della più antica opera geografica latina la “De chorografhia” a dargli quel nome, in riferimento alla occupazione del suolo da parte degli Eneti. Era luogo di grande spiritualità: l’isola Reichenau è considerata patrimonio Unesco, considerata “culla della civiltà occidentale”. Nell’ottavo secolo fu fondato  un monastero benedettino; nella Chiesa abbaziale dei Santi Maria e Marco c’è un raro scrigno contenente i resti sacri di San Marco Evangelista, la cui autenticità fu dichiarata  dal vescovo di Costanza nel 934. Il 25 aprile di  ogni anno, nel giorno di San Marco, vien tenuta una processione con le reliquie dell’Evangelista.

 -E poi della Stiria – tra i Veneti e quelle genti esistono antiche radici protostoriche e ricchezza di scambi culturali. Alcuni reperti archeologici risalenti all’Età del Ferro rinvenuti nei dintorni di Graz in Austria, sono affini a quelli dei Venetikens; l’evidenza si desume dai manufatti esposti in quel museo. Tuttora sono presenti iniziative a tener saldi i legami culturali, attraverso progetti di valorizzazione linguistica e gastronomica, tra il territorio veneto e la città austriaca. Di uso comune era l’armatura celtica di Hallstatt

 -E ancora del Baltico – fondamentale era la rotta commerciale che nella preistoria congiungeva il Baltico con l’Adriatico. Venne riferito che i Veneti non lasciarono il Baltico via mare. Era tanta la loro esperienza nella navigazione, ma quel mare era troppo tempestoso; veleggiarono lungo i fiumi, e vollero arrivare in Adriatico nella convinzione  che lì si sarebbero congiunti con gli Eneti.

 -Teorie ce ne sono altre ancora – tra cui la Via dell’Ambra, e altre vie già loro note nella prima fase dell’Età del Bronzo.

A mio avviso però, l’origine maggiormente attendibile ricca di riscontri, è quella che fa risalire la loro provenienza da una regione dell’Asia Minore, la Paflagonia, area a nord dell’attuale Turchia sulle sponde del mar Nero, ai confini con la terra delle Amazzoni e dell’impero Ittita.

la Paflagonia

È sempre Omero a narrarci che al tempo della guerra di Troia i Paflagoni, la cui tribù stanziava a Heracleia nei pressi appunto del Mar Nero, con valida cavalleria andarono in soccorso all’alleato Priamo, capeggiati da Pilemene che perse la vita in combattimento.

  Giunti a Troia provarono più volte ad assaltare le mura della città, ma la strenua difesa dei Troiani non ne permetteva la resa. Durò dieci anni l’assedio, finché arrivò la pensata di Ulisse.

Riproduzione del cavallo di Troia

A contesa di Troia conclusa, il vecchio saggio Antenore suggerì ai Troiani di restituire Elena ai Greci, e questi risparmiarono a lui e a Enea, il “trattamento di guerra”. Sopravvissuti, ma senz’altra guida né patria, i Paflagoni superstiti scelsero l’esilio. Si rivolsero all’oculato Antenore, che li fece trasferire con anche alcuni Troiani in Tracia, poi nell’Illirico, attraverso i corsi di Danubio, Sava, e Drava, da dove alla fine del secondo millennio a.C., raggiunsero la “importuosa Italica litora”: il litorale adriatico, nei pressi di Adria e Spina.

Erano quelli che in seguito si sarebbero chiamati Veneti! Fondarono centri accanto ai fiumi come Este vicino all’Adige, Vicenza al Bacchiglione, Padova sul Brenta,Treviso sul Sile, Oderzo sul Monticano,

 Edicola monumentale con la tomba di Antenore a Padova

oi Altino e Concordia, situate queste ai margini della laguna, ma in zona elevata, e comunque non lontane da corsi d’acqua: un tratto del Sile, e del Lemene

Museo Nazionale Atestino

A Malamocco avevano il loro porto, come ci narra Tito Livio (Ab urbe condida), “ad Medoacus, litora venetorum pervenit”.

Este, Padova, e Altino, divennero i loro centri decisionali e dell’economia.

Qui stanziatisi, portarono con sé la cultura del ferro appresa dagli Ittiti, integrandosi con parte della tribù degli Euganei. La maggioranza di questi ultimi infatti, preferì stabilirsi verso la montagna, e lasciare la pianura ai Veneti esperti nell’addestramento di quei bianchi cavalli ovunque famosi, rispettati e sacri. Chiamato Ekvo dai Veneti antichi, il cavallo, noto per l’abilità nella corsa, era allevato per il valore economico e come simbolo aristocratico. Abili allevatori i Veneti lo erano già nei loro lidi, tanto che Omero ebbe a definire la loro ubertosa terra “il paese delle indomite mule”. Centinaia di bronzetti riferentesi al cavallo sono stati rinvenuti nei luoghi di culto dei Veneti. Nelle necropoli, veniva riservato un apposito spazio per la sepoltura del cavallo (ritrovamenti di Adria e Altino). 

Oltre che abili allevatori gli Eneti erano avventurosi e temerari commercianti, innovativi agricoltori, coraggiosi guerrieri. Esperti anche nell’arte idraulica, attuarono le prime opere di canalizzazione e di arginatura dei fiumi, colonizzarono i terreni paludosi di fondo valle. Maestri nelle produzioni bronzee e fittili, in particolare famosi nella fabbricazione delle situle, furono i “portatori della Civiltà dei Campi di Urne”.

elmi, corazza, bronzetti

Nella loro religione c’era l’esistenza della vita nell’aldilà, ed ecco la cremazione dei morti. Nelle necropoli si procedeva all’incinerazione dei defunti, i cui resti cremati venivano inseriti in ossuari.

 Situla in bronzo dei Veneti antichi

 Orgogliosi e battaglieri, gli Eneti non cercavano lo scontro, sapevano difendere pacificamente il proprio territorio, particolarmente nei confronti dei vicini Celti, con i quali promossero l’integrazione. Così avvenne anche con i Goti, i Longobardi, i Franchi. I nuovi arrivati, sempre numericamente inferiori, assorbirono la formazione intellettuale e la lingua. Nel corso del secolo VIII a C. i Protoveneti costituirono innumerevoli nuovi insediamenti nell’attuale Friuli con i Carni, e in Slovenia nell’antica Carantinia. Si avventurarono fino in Britannia, dove tra le altre cose, fondarono la città di “Venedotia”. Di qui le divertenti sceneggiate, le “battaglie” che in seconda battuta, (mi si perdoni il divagare) videro Giulio Cesare affrontare Asterix e Obelix,

 l’invincibile coppia gallica, felice divertente fumetto di Goscinny e Uderzo.

In terra italica si spinsero fin nel Lazio sodali agli Etruschi, dove sembra abbiano contribuito a fondare Roma. Nel II sec. a. C. fondarono Aquileia, che divenne una delle città più ricche e floride.

Aquileia – foro scavi

Politeisti, erano particolarmente devoti alla dea Rejtija, identificabile con la Terra, “Gea”, così chiamata dagli antichi greci, signora dei boschi, delle fiere selvagge, delle acque, e venerata per la fertilità. Ma di divinità ce n’erano anche altre, dal sito archeologico di Altino sono emersi due santuari: uno dedicato al dio Altino che ha poi dato il nome alla città, ubicato a Sud, a cui si aveva accesso per via d’acqua; l’altro santuario a Nord, raggiungibile da terra, era dedicato al dio Belatukadro, divinità guerriera invocata in battaglia.

Bruciavano i loro morti su pire, raccoglievano le ceneri in urne che interravano in arche di pietra.

urna cineraria
urna villanoviana biconica

Il tiglio era l’albero sacro attorno al quale si raccoglievano i saggi, per le decisioni importanti. Sempre dai latini, sappiamo che avevano grande considerazione e rispetto per la donna.

Superato il primo impatto dell’insediamento, diedero origine al vero e proprio gruppo etnico dei Veneti. L’originario territorio di stanziamento fu la “Venethia”, che si estendeva dalle coste dell’Adriatico, comprese tra il Timavo e il Po; lungo il corso del Piave arrivava al Cadore, alle Alpi giungevano anche risalendo l’Adige e il Brenta. L’esistenza veneta sulle Dolomiti è ben certificata a Lagole, nel Cadore.

Lagole

 La Pianura Padana di allora era ricoperta da boschi e da zone paludose; i centri abitati si sviluppavano lungo i corsi d’acqua su zone sabbiose permeabili o sulle colline, le abitazioni erano agglomerati che servivano anche per attività artigiane. Nelle aree montane sfruttavano la roccia come parte sottostante, e il legno per l’elevazione dell’abitato. Risalendo la Valbelluna, in zona prealpina incontriamo l’interessante cittadina di Mel, con una delle maggiori necropoli venete, ad oggi perfettamente conservata.

 È solo attraverso la documentazione archeologica che ci è possibile dare verosimiglianza alla storia dei Veneti antichi, alla loro identità culturale ed economica, che si è sempre mantenuta autonoma dal variegato quadro presente in Italia nel periodo che precede l’avvento di Roma.

Al tempo dell’Impero Romano la terra veneta fece parte della Decima Regio,

La Decima Regio

territorio circoscritto dalle Alpi, dall’Adriatico, dall’Adige, e dal Po.

Consapevoli dell’importante civiltà veneta antecedente alla loro, i Romani non conquistarono mai i Veneti con la forza, si adattarono alla loro civiltà, e fu loro desiderio averli alleati. Con i loro soldati i Veneti respinsero Annibale, e per ben tre volte ebbero a salvare Roma: contro i Galli, e durante la guerra civile. Al declino dell’Impero avviene la calata di Longobardi, Ostrogoti e Unni, che durò fino alla effettiva caduta dell’Impero Romano d’Occidente. È allora che i Veneti si ritirano sulla costa e verso le isole, dove fondano gli insediamenti di Eraclea, Chioggia, Murano, Pellestrina, e Rialto – la Rivus Altus, che sarà il nucleo originale su cui si svilupperà Venezia.

 La giovane Repubblica veneta diviene ben presto una potenza marittima, che riuscirà anche a sottomettere le signorie straniere di stirpe barbarica, insediatesi con le invasioni. Assoggetta la costa dalmata, Creta, parte della Grecia, e della Turchia. Non erano italiane l’Istria e la Dalmazia, erano Venete, e così anche Cipro, che si chiamava Famagosta. Gli “Schiavoni”, i soldati Dalmati, erano a servizio dei Veneti. Per due secoli la “Serenissima” fu la potenza commerciale più grande d’Europa, e per oltre un millennio, esempio di buon governo per tutto il mondo.

I dominii della Serenissima

  Seppur reduci da due guerre mondiali sostenute a baluardo dell’Italia con migliaia di caduti, per la loro natura laboriosa, dote ereditata dagli Éneti, in breve tempo i Veneti riescono a doppiare la boa, e diventare una delle regioni più benestanti e sviluppate della Nazione.

 Al termine di questa sintetica storia sull’origine dei Veneti, è il caso di riassumere alcune loro caratteristiche meno remote, senza pensare che questo emerga da connotazione politica, né tantomeno che significhi sminuire la grande importanza di Roma che a pieno titolo ebbe a essere “Caput mundi”. Semplicemente queste mie note intendono tener viva la conoscenza dei Veneti, popolo di cultura millenaria che, laborioso e mite, ebbe anch’esso molti primati nella storia.

Tra i famosi personaggi storici veneti va ricordato lo scrittore Tito Livio, padovano,

 Tito Livio  59 a.C. 17 d.C

che in dieci volumi ci tramanda le origini del popolo veneto e l’arrivo di Antenore; vi è scritta la storia di Roma, della quale ci è stata trasmessa la fiaba di Romolo e Remo allattati dalla lupa.

Non è da dimenticare il veronese Catullo, dal “tumultuoso impeto lirico”, che fu l’amante di Lesbia. La donna amata da Catullo veniva chiamata Lesbia, ma non era questo il suo vero nome. Era uno pseudonimo letterario ispirato a Saffo, poetessa greca originaria dell’isola di Lesbo;  nascondeva il nome di Clodia Pulcra, nobildonna romana appartenente alla potente famiglia patrizia dei Claudi. 

Tommaso Antonio Catullo

Gallo cenomane, Catullo cantò in latino nel Carme 5, qualche decennio prima di Cristo, l’amore alla sua amata Lesbia

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus…..”:

un forte invito a considerare la caducità del tempo,  a vivere appieno la passione,  considerando la brevità della vita. Anticipò il “Carpe diem” del latino Orazio.  Fu la loro una tormentata storia d’amore, caratterizzata da grande passione ma non priva di tradimenti e delusioni; dal poeta ne uscirono  alcuni dei temi più famosi.

  E che dire del mantovano Virgilio, considerato il massimo poeta di Roma,

   Joseph Anton Koch – Dante nella selva trova le tre fiere e Virgilio, 1825-28

autore delle Bucoliche, delle Georgiche, dell’Eneide, di Roma ci ha fatto conoscere le origini; Dante gli riservò l’onere di guida in Inferno e in Purgatorio, nella Divina Commedia!

Non del tutto intere ci son giunte le opere di questi scrittori: del già citato Tito Livio, che di Roma redasse la monumentale storia dal titolo Ab Urbe condita, sopravvissuti sono 35 libri sui 142 originari. Nonostante ciò, il resoconto dell’epoca ci risulta in genere sufficiente.

  E Marco Polo?

Cittadino della Repubblica di Venezia del XIII secolo, oltre a essere stato uno dei più grandi esploratori della storia che percorse la via della seta, fu ambasciatore, scrittore, e mercante, divenne fondamentale

  Marco Polo   Venezia 1254 –1324

punto di riferimento per i rapporti tra l’Europa e l’Asia. Rientrato via mare, venne fatto prigioniero dai Genovesi nel 1295, all’epoca delle Repubbliche Marinare, perché comandante di una galea veneziana durante la battaglia navale di Curzola. Dal carcere poté dettare le sue memorie sul viaggio in Asia a Rustichello da Pisa, dalle quali scaturì uno dei capolavori della letteratura dei viaggi: il Milione.  Ancora oggi si cercano notizie sul suo “Milione”, relative alle civiltà che lui scoprì.

Per cogliere l’anima del popolo veneto, anima fiera e generosa che è stata protagonista della storia fin da epoche antichissime e che ha sempre mostrato il suo valore intrepido ma anche una profonda delicatezza, propongo alcune rapide, incisive, pennellate sulla storia più recente. Esse cercano di tracciare un quadro esaustivo di una civiltà che affascina e che risulta ricca di stimoli, nel vigore che questo popolo ha dato alla rivoluzione umanistica e a quella rinascimentale, una cultura universale.

Vale allora la pena di ricordare che:

l’abaco, il testo di algebra più antico al mondo è stato scritto a Treviso nel XV secolo, l’originale è custodito alla Columbia University, a Treviso si possono trovare ristampe

-il primo orologio astronomico a ingranaggi fu fatto a Padova da Jacopo Dondi nel 1344, segnava le ore, i mesi, le fasi lunari e il moto dei pianeti, secondo il sistema tolemaico

La torre dell’orologio a Padova

a scoprire l’America sembra siano stati i Veneti, i fratelli Zeno nel 1390, prima di Colombo, il quale poté giungervi grazie alla “carta da navegar” veneta; (alla biblioteca Marciana c’è il testo originale pubblicato dal pronipote Nicolò Zeno il Giovane, che descrive la navigazione dei due mercanti)

-Il canale di Suez fu progettato da Luigi Negrelli, veneto, di Fiera di Primiero

-il primo Stato al mondo a prendere ufficialmente le distanze dalla schiavitù fu la Serenissima. Nel 960 il Doge Candiano promulgò il divieto di commercio di schiavi in mare e la loro introduzione in laguna

-Galileo Galilei, rifugiatosi in Veneto,

ottenne dal Senato Veneto il brevetto per la sua invenzione, la macchina per alzare il livello dell’acqua

-il “graticolato romano”, la griglia di strade, è in realtà di origine venetica. I Veneti avevano concepito una rete di fossati, tracciati ortogonalmente, per bonificare la pianura. I Romani l’ampliarono come centuriazione.

-il famoso Galateoovero de’ costumi” fu scritto nel ‘500 da messer Giovanni della Casa mentre si trovava a Treviso, sul Montello, nell’Abbazia di Sant’Eustachio.

Abbazia di Sant’Eustachio

L’elevata cultura veneta, del resto, ha dato al mondo grandi artisti tuttora celebrati:

-nel ‘500 abbiamo prodotto quel gigante architetto che fu Andrea Palladio

 Andrea Palladio 1508-1580

le ville venete sono vasta, magnifica, espressione di arte e civiltà;

Andrea Palladio – Villa la Rotonda

dalla tradizione arriviamo a Carlo Scarpa che spiritualmente ne è la continuità;

Tiziano Vecellio, il pittore ufficiale della Serenissima, nel ‘500 rinnovò il modo di esprimersi della pittura, nel dare al colore e agli effetti della luce, una prospettiva che si distingue, in un dinamismo di libertà nella composizione. Pose al centro il disegno, portando con sé un mare di grandi:del ‘500, rinnovò il modo di esprimersi della pittura, nel dare al colore e agli effetti della luce, una prospettiva che si distingue; in un dinamismo di libertà nella composizione pose al centro il disegno, portando con sé un mare di grandi:

Tiziano, l’assunta, 1516-18
Tiziano Vecellio – autiritratto

Giorgione, Tiepolo, Tintoretto, Veronese. Tiziano fu il pittore della Serenissima e dei Papi.

-le sculture di Antonio Canova artista trevigiano di Possagno, il massimo esponente del Neoclassicismo. Le sue sculture si possono trovare in tutti i maggiori musei del mondo. Impareggiabili sono Amore e Psiche, e le Tre Grazie, per la precisione delle linee e delle forme e la delicatezza.

Canova realizzò per primo il sistema di riproduzione in serie, partendo da un modello in gesso a grandezza naturale su cui venivano inseriti dei chiodini, le “repere”. Questi servivano di riferimento per le misure su marmo replicabili.

 Antonio Canova – Ercole e Lica

-la prima donna laureata al mondo fu Elena Corner, nata a Venezia nel 1646

-Il giornalismo è nato a Venezia, i primi giornali sono stati veneti. Nel ‘500 la Serenissima iniziò la diffusione delle notizie con i famosi “foggi” manoscritti, e poi con le “Gazzette”, il cui termine deriva dalla moneta veneziana, due soldi, il prezzo richiesto per l’acquisto delle notizie scritte sul foglio

-all’edificazione di San Pietroburgo, hanno collaborato due architetti Veneti: Giacomo Quarenghi nato a Bergamo ma profondamente legato al Veneto in particolare al Palladio, e Vincenzo Brenna originario di Roma, ma da sermpre attivo nel Veneto.

-e la musica? Benedetto Marcello, Salieri, Vivaldi erano veneti, il pianoforte fu inventato dal padovano Bartolomeo Cristofori nel 1698

-e il teatro? Goldoni drammaturgo, scrittore, librettista, avvocato veneziano.

-e il teatro? Goldoni drammaturgo, scrittore, librettista, avvocato veneziano. uno dei grandi padri della  commedia moderna

 Carlo Goldoni 1707 – 1793

Quanto ha fatto divertire, con le sue opere teatrali in lingua veneta. “Ella pure nel nostro Veneto idioma; ma colla scelta delle parole, e colla robustezza dei sentimenti, ha fatto conoscere che la lingua nostra è capace di tutta la forza e di tutte le grazie dell’arte oratoria e poetica“. La società che descrive è viva e palpitante.

 -quando nel ‘500 le donne erano tenute in scarsa considerazione, a Venezia avevano parità di espressione, la poetessa castellana Gaspara Stampa lo dimostra con le sue rime, che costituiscono forse la più interessante raccolta di liriche del Cinquecento

 -la Costituzione e la Giustizia americane furono attinte dalle leggi della Serenissima. Per questo scopo, Benjamin Franklin rimase quasi un anno a Venezia.

Benjamin Franklin -Boston 1706 – Filadelfia 1790

Nell’elencare i tanti pregi dei Veneti del passato, non va dimenticata l’eccellenza in ”Ars Amandi” di Giacomo Casanova, raffinato seduttore, libertino, avventuriero, e scrittore.

Giacomo Casanova 1725 –1798

A rendergli fama fu soprattutto la sua celebre opera: Histoire de ma vie (Storia della mia vita), la franca descrizione dei suoi incontri galanti, le sue avventure. Tra queste va anche annoverata la reclusione in gioventù nel Forte di Sant’Andrea, per la sua condotta piuttosto turbolenta

  Non va dimenticato che il Veneto è una lingua! Tracce della lingua e dell’alfabeto venetico sono state reperite con gli scavi effettuati a Este. È stata la prima “Lingua Volgare” dello Stivale, il primo documento si trova nel codice LXXXIX della Biblioteca Capitolare di Verona steso in un misto di Veneto e Latino medioevale. La scrittura venetica ha oltre 2500 anni, al museo nazionale di Este si possono ammirare le tavolette bronzee atestine

 La scrittura venetica

Parecchie iscrizioni su bronzo, su pietra o sassi, si possono osservare nei musei di Padova, Pieve di Cadore, Treviso, Vicenza.

  Durante il periodo della Serenissima, la “Repubblica del Buon Governo”, esistita per più di 1100 anni, la più longeva, il Veneto è stata vera e propria lingua, per averne avuto la funzione nella diplomazia, con gli ambasciatori di tutto il mondo.   Anche l’attuale lingua veneta è viva, in costante evoluzione, permette a qualsiasi espressione della lingua italiana di essere tradotta in veneto, e in ognuna delle sue varianti dialettali.

   Concludiamo queste riflessioni con una voce veneta, la più diffusa al mondo, entrata nel vocabolario di molte lingue, e da tutti conosciuta:  “ciao”

Paolo Pilla

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