
È con l’Unità d’Italia, che nel Risorgimento germoglia il Brigantaggio.
Il malvivente c’è stato sempre, ma il brigantaggio è stato un fenomeno più complesso, non si è trattato solo e sempre di delinquere, l’intento era spesso di vendetta per i torti subiti, e di farsi giustizia. Il fenomeno ha avuto vita un po’ in quasi tutta la Penisola, ma in determinati territori la concentrazione è stata maggiore: in prossimità del Papato, nel Meridione, nelle isole.
I popolani che avevano fatto parte del Regno delle due Sicilie, non vedevano con simpatia il nuovo assetto dell’Italia unita. Con il nuovo Stato il governo piemontese li aveva traditi: furono infatti disattesi gli accordi sulla distribuzione delle terre confiscate ai nobili e alla Chiesa. Erano le promesse fatte da Garibaldi

quando si trattò di convincerli ad aggregarsi con la Spedizione dei Mille. Delusi, molti esprimevano malcontento sull’unificazione italiana, sul passaggio da Francesco 2° a Vittorio Emanuele 2°,


convinti che stavano meglio prima, il nord li stava sfruttando. Di fatto il latifondo restava, i benefici assegnati si limitavano ai permessi di pascolo; si trovarono servitori di nuovi padroni. Era poi stato istituito l’arruolamento obbligatorio con l’estrazione a sorte fra gli uomini abili, il che sottraeva braccia al lavoro dei campi. Senza contare che, una volta cessata l’impresa garibaldina, tanti popolani si trovarono senza lavoro. Le ribellioni contadine, talvolta sostenute dai Borbone

o da emissari del Papa, non tardarono a sfociare in violente guerre civili tra chi gradiva l’unità e chi la temeva. Si costituirono bande armate che trovavano rifugio nei boschi, sviluppavano azioni fulminee,

feroci, che se in parte terrorizzavano la popolazione locale, contribuirono a far considerare ad altri quelle gesta come giuste ribellioni, memorabili imprese. Va detto anche che i giovani erano impegnati per 5 anni nella leva obbligatoria a lavorare la terra erano le donne e i vecchi; era miseria! Il comportamento delle bande venne però ritenuto dal governo come azione di briganti, da reprimere. Epperò, seppur che li facessero apparire come ladri e assassini, nel tempo furono compresi diversamente, come eroi popolari spinti all’azione di brigantaggio per necessità. In realtà il loro obbiettivo era la lotta tra i contadini sfruttati e in miseria e i ricchi latifondisti sfruttatori. Il popolo si ribellava, nella speranza che venissero loro assegnate le terre. Erano insomma un po’ questo, un po’ quello.
In Abruzzo, sfruttando le asprezze del massiccio montuoso della Maiella, le bande di briganti si nascondevano per sfuggire ai soldati piemontesi, dopo aver fatto razzie a fondo valle. Nel 1866 l’esercito sabaudo costruì un fortino in pietra nell’area del loro rifugio dei malviventi, il Blockhaus a 2140 m.,

per cercar di contenere il fenomeno; sono ancora presenti i ruderi. Nel 1863 fu promulgata una legge, che permise l’arresto di molte bande, e su quelle cime furono passati per le armi 1200 briganti.
Andiamo a conoscerne qualcuno, tra i più famosi dei briganti italiani, le cui gesta ebbero tanta risonanza:
-Stefano Pelloni originario di Bagnacavallo nel ravennate, noto come il Passatore;

ne parlò Giovanni Pascoli, anzi gli dedicò una poesia: “Romagna”. Era stato coraggioso il Pascoli: parlar positivamente di briganti ci si esponeva a castighi di legge; lo aveva definito il “Passator cortese, re della strada, re della foresta”. Non poneva in evidenza i crimini, bensì la romantica figura del ribelle al tradimento, un predone gentiluomo. In realtà il Passatore era nient’affatto cortese. Era a capo di una banda pericolosa che nelle campagne romagnole si dedicava a sequestri, estorsioni, rapine, e che per farlo uccideva. Il resto della banda era par suo. Suo degno compare era Prospero Baschieri, bolognese, il mitico Pruspòn un brigante gigantesco, vocato all’insurrezione verso le milizie francesi, da disertore visse in clandestinità, capofila delle rivolte sociali.
Nel Mezzogiorno italiano già amministrato dal Regno delle Due Sicilie, il brigantaggio era già in atto

prima dell’unità d’Italia, associato al banditismo organizzato; nel Settecento il Meridione era noto per la presenza di bande di criminali pronti a rubare e a sequestrare i viandanti.
Con il Risorgimento si tinse anche dei colori creati dalla esclusione dei Borboni a favore dell’Unità d’Italia. Già durante la spedizione dei mille i borbonici avevano fatto ricorso a formazioni armate irregolari, a contrastare l’avanzata dell’esercito sabaudo, che però non sempre andò a buon fine. Al proposito va ricordato il brigante calabrese Giosafatte Tallarico, mandato in Sicilia con l’intento di uccidere Giuseppe Garibaldi; al dunque l’impresa non ebbe seguito perché il bandito fu soggiogato dalla personalità del Generale. A parte il gesto di Giosafatte, negli anni sessanta dell’Ottocento al sud erano vere e proprie bande armate formate dai contadini indigenti e da quanti erano stati soldati al servizio dei Borbone. Anche per costoro, ribelli al Re d’Italia e delusi dalla mancata consegna delle terre promesse, ci fu guerra civile sanguinosa. Il nuovo governo italiano dovette contrastare attacchi a centinaia: le bande provenienti dal loro rifugio nei boschi facevano irruzione nel palazzo

comunale dei piccoli centri, lo occupavano, e proclamavano il ritorno del governo borbonico.
Briganti ce n’erano tanti in Meridione. Una delle figure simboliche del fenomeno del brigantaggio nato a seguito dell’Unità d’Italia fu Carmine Crocco, l’archetipo del brigante, padrone dei boschi,

capo indiscusso delle bande del Vulture, della Basilicata, Irpinia e Capitanata. Semianalfabeta, a capo del suo gruppo armato, arrivò a sconfiggere l’esercito, e lo tenne in scacco per quattro anni.
C’era un forte divario tra nord e sud, e non si può parlare solo di economia e di cultura, che per certi aspetti il Meridione primeggiava (vedi il treno, già in funzione a Napoli). Era forse il sole, il carattere. Ad ogni buon conto si parla di “questione meridionale”, ancora oggi fonte di dibattito.
Così si espresse Massimo d’Azeglio, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna

«Si è fatta l’Italia senza averla mai studiata né conosciuta». d’Azeglio ce l’aveva con Cavour, che volle irreggimentare un Paese senza averlo mai visto.
Ci vollero dieci anni, poi ci pensò il Regno d’Italia a sconfiggere questo brigantaggio postunitario.
Di natura ancora diversa era il brigantaggio insulare radicato in Sicilia e Sardegna, che ha origini dissimili da quello post-unitario del continente.
Per la Sicilia le radici scaturivano dal sistema del latifondo, che permetteva lo sfruttamento delle classi rurali prive di tutela da parte delle élite locali, e dai nascenti clan mafiosi. Per ribellarsi alle tasse e alle politiche del governo sabaudo, molti siciliani si diedero alla macchia, che sfociava facilmente nel banditismo. Esiste un percorso escursionistico noto come il Sentiero dei Briganti Siciliani, che in oltre 100 chilometri attraversa le Madonie e i Nebrodi.
Il più celebre dei briganti siciliani è Salvatore Giuliano, detto Turiddu. Nel dopoguerra fu a capo di una banda armata, appoggiato al Movimento Indipendentista Siciliano, per cui la notorietà come il “Robin Hood siciliano”. In realtà. Lui e la sua banda furono terroristi, fecero la strage di Portella della Ginestra, assassinarono undici persone, e un maggior numero di feriti.

E passiamo alla Sardegna. Qui il fenomeno era legato al banditismo pastorale persistente, criminalità legata a quel contesto economico e sociale, al facile isolamento in quelle montagne inaccessibili, alla carenza delle istituzioni, agli inevitabili accordi tra parentele. I loro crimini andavano dall’abigeato orientato a pecore e cavalli, al sequestro di persona, a rapine, con indispensabile latitanza. Nel loro agire c’era uno storico comportamento osservante di un codice morale: il “codice barbaricino”.
Il brigante sardo più celebre è stato Graziano Mesina, detto Grazianeddu: fu più che altro un bandito, dedicato ai sequestri di persona

È stato famoso per averne fatto numerosi, per le spettacolari evasioni (ben 10 riuscite), e per i 50 anni passati in carcere. Ricevette la Grazia, che gli fu poi revocata.
Basilare nel brigantaggio era il ruolo della donna: ama il bandito, e lo protegge, talvolta dedicata è anch’essa a “banditare”.

Concludo queste note con Donna Lucia Delitala Tedde, una delle protagoniste del banditismo sardo al femminile. Quarant’anni, nobildonna sarda, sovrana della Gallura, zitella per non dipendere da un uomo, per lei anche le donne fanno la guerra. A capo di milizie armate fece stragi e razzie nel nord della Sardegna. Nessuno riuscì a catturarla, il suo corpo fu trovato arso nell’incendio della sua casa.
Tanto è stato l’inchiostro consumato sulla storia di questo settecentesco personaggio, bandito femmina. Paolo Pilla